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Il conte Giacomo Leopardi scende dal Monte Tabor, rientra in casa, e con un tratto di penna butta giù L’Infinito. Ecco la cronaca esatta di come si svolse, e di quello che il poeta provò, durante e dopo la stesura.

Il sole illuminava il Monte Tabor.
Il conte era venuto lì nel primo pomeriggio,
subito dopo pranzo. Postprandiale.
Seduto sull’unica panchina. Passato il tempo.
Ora. Tardo pomeriggio.
Il sole parea dileguarsi. Tra lontani monti.
Il conte guardava i lontani monti
e l’orizzonte oltre la siepe.
Seduto sulla panchina del Monte Tabor.
Un’ermo colle. Ci si era quasi addormito,
stando lì seduto.
Gli piaceva il Monte Tabor.

Egli poteva restare lì un altro po’, sotto il lento sfocare della luce, a godersi, poi, le prime ombre della sera. E il lume della luna. O lo stormir del vento. Tutta quella solfa poetica che forniva alle cose un alone poetico. Dopo di che, sul tardi, raccolte armi e bagagli (la cartelletta che si portava sempre dietro), egli avrebbe levato le tende, e si sarebbe diretto a casa. Prima di che, però, del dopo di che, egli poteva stare lì un altro po’, a gustarsi le ombre della sera, e la luna, e lo stormir delle piante. Non volle far così. Con uno sforzo si alzò, scese verso il piano che portava a Recanati, e s’incamminò lentamente lungo la strada vuota, solitaria, e quanto più vuota e solitaria, tanto più a lui cara.
Era grato a questo momento, a questo ritorno verso la cuna, e ancor di più, a quello stato d’animo che gli si presentava quando scrutava i lontani orizzonti e – dalla sua ristretta postazione – gli si aprivano mondi.

Ora, lì, tutto solo, solitario,
andava sulla strada solitaria.
Cammina e poi cammina,
un passo dopo l’altro,

e arriva a casa.
Appena in casa, si posizionò dinanzi al tavolo da lavoro. Quasi non pensando, automaticamente, senza che avesse avuto l’intenzione di scrivere, afferrò un foglio e la penna. Gli venne così, di getto, di buttar giù le 16 righe dell’Idillio, quasi che le parole fossero sempre state dentro di lui, e non ci fosse da far altro che metterle sulla carta. Così fece.
Scrivendo gli parve di essere un altro, di non esser più sé stesso, o meglio, gli parve di essere sé stesso, e più di sé stesso, e ancora, inchiostrate le parole, gli parve, anzi, ne fu certo, di essere stato bravo, di aver fatto la poesia che doveva essere fatta, e ora che era stata fatta, la cosa fatta dava felicità.
Una sensazione di benessere lo percorse per tutto il corpo, un benessere psicofisico, da post-coito, come se fosse stato insieme a una donna, e avesse fatto l’amore con lei. O come se avesse preso una sostanza chimica che lo mandasse su di giri.

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