by © poetrypark
Parte II
L’ispettore Callaghan, alla vista della testa di Medusa mostrata in piazza Duomo, non emise nessun tipo di reazione, e si stette zitto e muto. Pareva più marmoreo che pria. Gli si arricciò soltanto il labbro superiore mancino, e vieppiù gli diede quell’aria somigliantissima a Clint Eastwood, ché gli mancava soltanto il sigaro, e altro che ispettore, avrebbe potuto pure fare la parte del pistolero nel film “Per qualche dollaro in più”. I due lo osservarono perplessi. Se ne accorsero subito che era mutato il vento. Essendo un poeta, e un giornalista di vena satirica, li sapevano cogliere i segni dei tempi, e lo capirono subito che era successo qualcosa all’ispettore Callaghan, anche se esteriormente tutto appariva degno della sua fama. “Ispettore Callaghan,” disse M., e li agitò la mano dinanzi alli occhi, al che quegli ne seguì il movimento, la vide, del tutto impietrato non era. Ma nemmeno paria, a ben ponderare la mutata atmosfera, nel pieno possesso delle sue facoltà psico-attitudinali. Riposizionò li occhi nelli occhi di Medusa.
“Richiudi la cerniera del borsone.” disse M.
Si erano cacciati nei guai con l’ispettore Callaghan. La testa mozzata di Medusa aveva ottenuto un effetto, inaspettatamente, e aveva reso di pietra Callaghan: non del tutto, non completamente, ma abbastanza perché si mostrasse più monolitico che mai. Non era stata questa, avvicinando Callaghan, l’intenzione del poeta e del giornalista.
“E ora che facciamo?” disse C.
“Niente,” disse M., “ora ce ne andiamo.”
“Se le autorità capiscono quello che è successo, ci fanno minimo un verbale.”
“Niente. Facciamo finta di niente. Andiamo via.”
“L’ispettore Callaghan è un patrimonio dell’umanità. Solo con Hollywood guadagna un sacco di soldi. Se scoprono che Medusa l’ha istupidito, ci rimette anche Clint Eastwood.”
“Chi vuoi che glielo dica. Noi niente sappiamo.” disse M., “Livamici di ccà.”
“E pinsari che ci dovevamo scrivere un racconto cu stu fattu.”
“Lassa stari ‘u raccontu.”
“Lo possiamo fare in ogni caso,” disse C. “La prima parte. Scriviamo la prima parte. Fino a quando apriamo il borsone, e mostriamo la testa di Medusa a Callaghan; scriviamo la prima parte e la mettiamo no ‘U Scogghiu de’ Canilari. Seconda parte addio.”
“Può agghiri. Un racconto incompleto. O meglio: completo nella prima parte.”
“È anche divertente lasciarlo in sospeso. Aspettano ‘na conclusione che non arriva.”
“Prima parte. Lasciata lì in sospeso.”
“Accussì l’ispettore Callaghan ci fa bella figura.”
“Glielo dobbiamo dire a M. quello che è successo?”
“Tu ce lo vuoi dire?”
“Meglio di no. Accapaci nni fa qualchi vignetta satirica.”
“Che ne diresti di andare al Bacco?”
“E vada per il Bacco.”
“Andiamo a farci un ricco caffè!”
Filati via il poeta e il giornalista, l’ispettore Callaghan rimase seduto lì, in mezzo alla folla, in un bar di piazza Duomo, e non dava l’impressione di essere in balia dei venti, o, per meglio dire, della calma piatta subentrata alla vista di Medusa, e tutti lo rispettavano, e già la sua presenza forniva un che di rassicurante a Sarausa. Compatto, risoluto, taciturno, mezzo impietrito, pareva il monumento di sé stesso.
C’era però anche quella voglia di far niente, che improvvisamente lo aveva assalito, e che sembrava metterlo un po’ in difficoltà, e qui, in qualche modo, egli reagì. Non si perse d’animo. Guardò fisso davanti a sé. Rivide il bicchierino sul tavolo. Si accese un sigaro. Risorseggiò il doppio whisky di malto. Diede uno sguardo, stando fermo, muovendo appena gli occhi, a chi andava e a chi veniva. Il controllo del territorio era importante. Nemmeno Medusa sarebbe riuscita a far deflettere Callaghan dai suoi doveri.
Egli ci teneva a far bene il suo lavoro. Il suo era un lavoro di responsabilità. Ma lui non era succube del lavoro. Mettiamo che allo scopo di condurre un’indagine gli venisse proposto di far la parte del Reject in the City. Lui avrebbe rifiutato. Libero arbitrio. Non l’avrebbe recitato un ruolo che non fosse quantomeno caratterizzato da un minimo d’intelligenza e di dignità. Per tutta la vita egli aveva incontrato gente più intelligente di sé, o che si credeva tale, e tante volte era stato costretto a farli ricredere a suon di sganassoni. E anche per verba era capace di metterli in riga. Pur essendo un tipo taciturno, o forse proprio per questo, le parole che egli diceva avevano un impatto più preponderante di quelle pronunciate da li chiacchieroni a tempo pieno. Un’indagine improntata sul cliché del borderline, o dell’hard-boiled decaduto, non sarebbe stata né utile né favorevole, per l’ispettore Callaghan, che, sotto le apparecchiate luci di scena e alle preordinate direttive, avrebbe dovuto recitar la parte del borgognone andante alla deriva nell’asciutto mare di piazza Duomo. Lui, invece, preferiva la parte del mastino scorrazzante nella giungla urbana, dove a chi le dava e a chi le prometteva (le legnate), e anche adesso che qualche bricia di polve gli cascava dalla piega inamidata della camicia, e che la linea impietrita cominciava a meglio dinotarsi, ancor ora, nonostante l’affiorar di siffatti labilissimi indizi, non sfuggiva alla percezione de li baldi cittadini quant’egli fosse idoneo ad ammollar mazzate.
Nella notte d’agosto siciliana, ingombri i tavoli, indaffarati i camerieri, incrementata la folla, (località: tra via Minerva e piazza Duomo), Dirty Harry appariva solido, pietroso, litoide, un po’ troppo rigido, forse, incrodato simile a statua, ma più ieratico che mai, e ben piantumato sul piedistallo della propria personalità.
Insomma, conta ciò che appare, e l’apparenza giocava a favore di Callaghan: dato che egli già era massiccio, roccioso di suo, era abbastanza plausibile che tra l’atteggio antemeduseo, e quello immediatamente successivo, non venisse notata la differenza. Si stagliasse pur tranquillo contro il cielo di Ortigia. Nessuno avrebbe mai pensato che nella fibra della sua corazza potesse esserci qualche smagliatura.
O poteva succedere che qualcuno lo pensasse? Che lo si ritenesse tanto debole da poter essere offeso? Bella grana, allora. Avrebbe corso il rischio che i sarausani lo dileggiassero. O che i bulli lo aggredissero, filmando il tutto coi telefonini, e che poi riversassero la loro bullità sui social. O che i piccioni venissero a fare i loro bisogni su di lui. O che l’ottima gualdrappa che i critici avessero ricamato sul dorso del suo stile attoriale-investigativo venisse allisciata contropelo dai colpi di stregghia di qualche stroncatura piuttosto colorita. Bel premio alla carriera. Essere sbeffeggiato dai critici. Ce n’è di che. Ma non era detto che andasse così. Non era così automatico che lo pensassero. Lui era Callaghan. Nessuno si sarebbe arrisicato a pensare che fosse facile insolentirlo. O che fosse stato intontito dallo sguardo di Medusa. O sì? O potevano pensarlo? Ma no, no, non lo avrebbero pensato. Nossignore, no, non lo avrebbero pensato. La Mitologia era passata di moda. Non lo avrebbero pensato.
Non lo pensò il suo collega Duilio Locchesini, più giovane di lui e più scapestrato, veniente dal quartiere delle Scanfurrias di Ortigia, e diretto verso il Kane, quasi in fondo a via Cavour. Addestrato a vedere tutto, ad avere tutto sotto controllo, a contare i passi dei moscerini e li starnuti dei giganti, Duilio Locchesini, senza far notare che se ne fosse accorto, alluzzò subito l’ispettore Callaghan, seduto nel bar di piazza Duomo. Ebbe un momento di travaglio intimo, Locchesini, chiedendosi se fosse il caso di far finta di niente, e di andare avanti per la sua strada, o di avvicinarsi a Callaghan. Tra il sì e il no optò per il sì. Stava provando di farsi accettare a letto da Paquita Morrison, che, nelle vesti di cantante, quella sera si esibiva al Kane, e pensò che sarebbe venuto a suo vantaggio se la putela lo inquadrava insieme al famoso ispettore Callaghan. Tal connubio, magari, le avrebbe ispirato qualche pensiero estimativo, tipo: – Tu sì che conosci le persone importanti!– In men che non si dica, Duilio Locchesini si appalesò a Callaghan, ancora seduto al tavolo di uno dei bar di piazza Duomo.
“Ispettore carissimo,” esordì Duilio Locchesini, “quale soddisfazione di rivederla qui a Sarausa. Del resto la città merita. La sola Ortigia è un capolavoro. Sta qui tutto solo? Che ne direbbe di far un salto al Kane, un pub di via Cavour, dove ci si propone un gruppo di artisti estollenti live music?”
L’invito penetrò nella blindata pietramica dell’ispettore Callaghan, che dismise il labbro arricciato, spense il sigaro, si alzò dalla sedia, e con la parola muta, addicentosi pienamente alla sua fama di duro, si mise di fronte a Duilio Locchesini. Lo sovrastò, anche. Fisicamente Callaghan era più alto ed impostato.
“Non è distante,” disse Locchesini, “In fondo a via Cavour.”
“Uhm,” lo ardulò Callaghan.
“Una bella passeggiata,” la condensò in una frase frasale triparolica, Duilio Locchesini. Dicendo “bella passeggiata”, non aveva inteso dire “luogo distante”, ma una bella passeggiata nella serata di festa, aveva inteso dire, una passeggiata che partita da piazza Duomo giungeva fino al Kane, in fondo a via Cavour.
Callaghan non fu meno laconico: “Proprio così.” disse. Ed era giusto quello che voleva dire. Lui era un tipo grezzo, non raffinato, e diceva pane al pane, e vino al vino, cioè parlava come mangiava.
“Quando dice lei.” proseguì, rispettosamente, Duilio Locchesini.
“Un momento.” disse Callaghan.
Non dimenticando di essere corretto e rispettoso della legge, Callaghan fece un cenno al cameriere, che gli portò lo scontrino, e accettò la mancia che l’ispettore si pregiò di lasciargli. Il cameriere, consegnato lo scontrino, e incassati i soldi, prese dal tavolo il piattino col bicchiere vuoto, lo posò sul vassoio, e si diresse verso il bar. Callaghan, alto e glittico, lo seguì con lo sguardo. Poi, lentamente, guardò negli occhi Locchesini, che allungò il braccio e con la mano aperta, e un lievissimo abbassamento di capa, fece un gesto che volle significare: “Prego, ispettore, dopo di lei!” Aveva stampato sulle labbra un sorrisetto che non si capì se voleva essere furbo, compiacente o investigativo. In coda a queste cerimonie, Locchesini disse piano: “Andiamo?”
“Andiamo,” disse Callaghan.
“Grazie tante,” disse Locchesini, sentendosi un po’ stupido, e un po’ sprudente, perché lo aveva squadrato in modo un po’ troppo poliziesco, a Callaghan, quasi come se volesse studiarlo, e questo non andava bene. Sempre meglio che l’investigatore non lo dimostri che stia investigando, e che l’investigato non se ne accorga che venga investigato, perché nel campo dell’indagine la riserbatezza è tutto. Qui non c’era nessuna investigazione in corso. Tanto più nei confronti dell’ispettore Callaghan. Ma Duilio Locchesini gli strumenti del mestiere li teneva sempre pronti all’uso, h. 24. In quanto a quel “grazie tante” era stato un di più, servito a camuffare la taliata poliziesca, e però, l’abbassamento di capa e il di più, lo misero a disagio, perché Locchesini non era abituato a riverire la gente.
Poi gli si mise accanto, quando già Callaghan aveva fatto qualche passo in avanti, e s’incamminarono verso il Kane.
Fatti alcuni metri, Callaghan operò ancora uno sforzo, per darsi un tono, e per non darla vinta a quella medusica abulia scaturita fuori dalla formalina, e: “Kane, eh?” disse a bassa voce, come se evidenziasse chi sa quale importante inciso, tanto più efficace quanto meno venisse amplificato, e generoso in aggiunta, inquantoché, sottolineandolo, esternandolo, ora lo aveva reso concepibile dalle propensioni percettorie di Duilio Locchesini. Ma, Harry Callaghan, non era un intellettuale radical scick, né un fine dicitore, e la tonalità misteriosa addossata alla parola Kane, poteva bastare per quella sera, ed era chiusa lì, la classica eccezione che confermi la regola.
Era stata solo un effetto sonoro. Kane musicale versus effetto sonoro. Eppure poteva darsi che non fosse contingentata tutta lì la parola Kane. C’era forse pure la possibilità che Callaghan collegasse quel nome, il Kane, a qualcosa di hollywoodiano, a qualche reminiscenza filmica.
“Sì, Kane.” disse Locchesini.
Continuò a camminare di fianco a Callaghan. Voglio essere sincero con lui, pensò Duilio Locchesini. Glielo voleva dire come stavano le cose. Anche perché era contento se poteva parlare di Paquita Morrison.
“C’è una ragazza che mi piace,” disse Locchesini.
“Buon per te,”
“Delle ragazze che mi piacciono, questa qui mi piace di più.”
“Le ragazze, eh?”
“È la cantante del gruppo.”
“Favoloso,” disse Callaghan.
Questo già lo sa, pensò Locchesini. Non per niente è un investigatore di prim’ordine. Lo sa che filo il filo a Paquita. L’ispettore sa tutto.
S’era levato un refolo di vento, che dava un po’ di refrigerio alla calda serata di piazza Duomo, a Ortigia, alle parole di Duilio Locchesini, a Callaghan, alla folla che lì si stava godendo la festa. Esso riuscì (il vento) a rinfrescare lo stato apnoico di Callaghan, a farlo respirare meglio, a ossigenargli il cervello. Gli fece bene. Cominciava a sentirsi meglio. Non volendo far capire quanto fosse stato un po’ impietrito, e ancora in parte lo era, Callaghan ebbe la geniale idea di far lo spiritoso, sforzandosi di apparire più comunicativo del solito.
“Sono tempi di crisi,” disse. “Quindi maturi per prendere moglie.”
Ma proprio questo repentino passaggio da uno stato di laconica propensione, a uno di (quasi) ostentata loquacità, diede da pensare a Duilio Locchesini.
Per un attimo, solo per un attimo, egli ebbe l’impressione che Callaghan non fosse del tutto in sé, come se avesse bevuto un bicchierino di troppo, o come se avesse avuto un colpo di sonno, e subito ritornato cosciente, facesse uno sforzo e si concentrasse, perché aveva dimenticato il pensiero rimuginato poco prima che s’appennicasse, e non riusciva a ritrovarlo. Che cosa aveva pensato? Doveva essere certamente un pensiero importante. Era lì che cercava di ricuperarlo e non ci riusciva. Ma durò, giustappunto, solo un attimo l’impressione di Locchesini. Gli bastò guardare il profilo di Callaghan, per avere la conferma che l’ispettore fosse il mitico di sempre, e per scordare, a sua volta, non il pensiero che non aveva pensato, ma l’impressione che non era divenuta pensiero, e che non si era smarrita tra i meandri del dormiveglia, o del sonno. A spazzar via i grilli dell’impressione dalla testa di Locchesini, contribuì un venticello che da Porto Lachio soffiava verso Ortigia.
Dall’altra parte Callaghan, che non era un tipaccio impressionabile, continuava ad avere lo stile del monolite che tante ne dava (legnate) e altrettante ne prometteva. Non lo si poteva giudicare né assonnato né inciucchito. Quelle erano state fantasie di Locchesini, e dipendevano dal fatto che il Locchesini possedeva delle ottime qualità intercettive, e che era in grado di catturare labili sensazioni, a livello intuitivo, e di metterci le manette, alla stregua di come, a livello olfattivo, un cane da tartufi, rintracci i tuberi, e fa sì che finiscano nella scarsella del padrone. Per tutte le persone presenti in piazza Duomo, turisti e camerieri, padri e madri di famiglia, a spasso nella serata estiva, e per chiunque altro che avesse assistito alla scena, non era successo niente di pietrificante: Callaghan si era centellinato il doppio whisky di malto, si era goduto la bell’aria sarausana, e poi, avvicinato da Locchesini, si era avviato verso l’uscita plazaldomica, e lo stile era stato quello di sempre.
Sotto l’abito dello stile esterno, esisteva lo stile interno, che però era più acuto, più introspettivo, più capace di far l’analisi logica alla situazione.
Pur non sapendo dare un nome a quella strana indolenza che lo aveva assalito, Callaghan riusciva a guardare dall’interno di sé stesso, all’esterno, e dove l’involucro esterno appariva legnoso, pietrificato, apatico, il sé stesso interno invece era vigile, attento, in grado di notare tutto, e di prendere nota di tutto. Callaghan, sotto la scorza coriacea, aveva uno spirito indagatore e critico, e lo spirito critico gli faceva arguire che il tutto fosse abbastanza sconclusionato. Non riusciva però a collegare la sua attuale condizione allo sguardo di Medusa. Come un matematico che alle prese con un’equazione, non riesca a svilupparla, e a decifrare l’incognita. Callaghan vedeva, dall’interno di sé stesso, il sé stesso esterno, aggrovigliato entro i filamenti dell’apatia, ma, il sé stesso esterno, non vedeva il sé stesso interno, che tutto vedeva e tutto notava, e che avrebbe potuto spiegare, al sé stesso esterno, come andassero le cose.
Ma l’ispettore, intero in sé stesso, provava ancora un sentimento. Era ancora in possesso delle sue facoltà intellettive. Sebbene ora il polso battesse meno forte, e il sangue gli scorresse meno veloce nelle vene, i raziocini della coscienza erano ancora desti. I focolai vivi della coscienza erano ancora desti. Era tutto un ribollir di lava che bulicava all’interno di sé. Figlia del fuoco creativo. Era certo che se voleva avrebbe potuto finanche fare il regista. E comunque lui non si dava delle arie. Non era un super-eroe. Era un essere umano anche lui. Qualche astrusaggine poteva capitare anche a lui di pensarla. Poteva capitare anche a lui di protocollare qualche ottusaggine. E non solo quella. Riusciva perfino a dar la stura a episodi fantastici. Saliva, a volte, sulla zattera del tempo, e viaggiava nelle varie epoche. A volte fingeva di essere un cacciatore di taglie che per qualche dollaro in più faceva fuori tutti i banditi del Far West. A volte fingeva di essere – non l’ispettore – ma un attore che reciti la parte dell’ispettore. Era sempre lui, però, Callaghan: il macignone tutto d’un pezzo che tutti conoscevano, aduso a schiacciare sotto il peso della legalità i malavitosi, e a schiaffarli in galera. Era lui che al cattivo in procinto di commettere la marachella, gli diceva: “Avanti, fammi fari ‘a jurnata.”, e appena quello insisteva a fare il gradasso, e a dire improperi all’ispettore, Callaghan gli mollava due sganassoni che lo mettevano KO. L’ispettore Callaghan, pur essendo vero, reale, persona a tutti gli effetti, era il classico esempio dell’eroe perfettamente integrato nella leggenda metropolitana.
Quanto al fatto di dover assistere a una chermesse musicale, questo non era un problema, per Callaghan. Egli poteva benissimo sopportare lo stress di una live-music. Sarebbe stato perfino in grado di reggere i giri armonici di un concerto jazz: genere musicale che, quanto a noiosità, mette la mordacchia anche alla musica classica.
Uscendo da piazza Duomo, i due imboccarono per la via Landolina, e poi da lì, superata la traversa di via del Consiglio Reginale, e più in avanti la laterale di via dell’Amalfitania, si diressero in giù per via Cavour. La serata era calda, la folla era densa, c’era un culmine di festa, e nel tratto di via Landolina più vicino a piazza Duomo, a ridosso dell’ex cinema Salamandra, ora lussuosa sede del pub Il Giardino del Papavero, e più in giù, davanti al Conaio Gelataio dei signori Sorbetto e Coppa, ai bar Marciante e Artale, e al Sopita Insomnia, il buco che non chiudeva mai, lungo il tal tragitto, ossia prima che si arrivasse in via dell’Amalfitania, i crocchi intenti a chiacchierare, a spremere dal nocciolo delle questioni i significati reconditi (più che altro parlavano di sport, ci piaceva lo sport), e i bongustai che con poderoso moto peristaltico concuocevano gli sfarzosi cibi ingurgitati nello stomaco, idrocarboidratati elementi venuti a digerire la cena in Ortigia – il salotto buono di Sarausa – e i cittadini che salivano verso la piazza, per andare forse al ristorante, o chi sa dove, essi tutti, facendo largo alla macha avanzata di Locchesini e dell’ispettore Callaghan, si levavano dal centro della strada, e li lasciavano passare comodamente.
Superato Il Giufà e La Gazza Ladra, si vedeva il Kane, in fondo a via Cavour, col pubblico laggiù riunito ad ascoltare la musica, a bere le bevande, a fumarsi le sigarette, a svagarsi nella notte estiva. Da fin quassù potevasi afferrare le note sviluppate dalli strumenti approntati dinanzi al Kane. Istintivamente Duilio Locchesini accelerò il passo, avrebbe voluto già trovarsi là sotto, nel pieno della bolgia, a vedere e sentire la sua bella, impegnata nel ruolo di cantante.
Egli aveva fretta di arrivare al Kane, e procedeva facendo a ogni passo circa 1,48 metri, quasi che avesse ai piedi gli stivali delle sette leghe, capaci di proiettarlo come un razzo in avanti. Il passo di Callaghan invece era lento, pesante, e i piedi, oltre che piatti, parevano fatti di piombo. Duilio Locchesini gli scoccò una rapida occhiata, e di nuovo, a poca distanza da piazza Duomo, e precisamente davanti alla tabaccheria Segnali di Fumo di via Cavour, mentr’erano diretti verso il Kane, egli ebbe l’impressione che quella sera Callaghan fosse un po’ depresso, imbozzolato in una dimensione privata, stante pei fatti suoi, e non sufficientemente decifrabile. Era, volendo fare un paragone sportivo, come un campione di serie A retrocesso in serie B, non più pronto a scagliarsi contro i cattivi. Come se non fosse più il castigamatti che era sempre stato. Non ci si capiva niente. Non pareva più lui. Duilio Locchesini l’aveva inquadrato con la metafora sportiva. Egli ci sapeva fare con le metafore. Ci sapeva fare con tante cose, e su tante cose aveva le sue opinioni, ma su quelle labili impressioni che aveva captato squadrando la sagoma di Callaghan, non sapeva che pensare, li risultavano un tantino evanescenti, e forse non ci avrebbe capito niente nemmeno il tuttologo Bacalone, che sui giornali e in tw era sempre pronto a dire la sua. Che Callaghan fosse un po’ ciucco, o un po’ appennacchiato, Locchesini lo aveva escluso. Aveva, Callaghan, la stessa aura concentrata di uno stitico che assiso sulla tazza si sforzi a sganciare il malloppo. Era meglio se lo lasciavo in piazza Duomo, si disse Duilio Locchesini, e me ne andavo per i fatti miei. Questo qui deve aver fatto bisboccia da qualche parte, o con quella cinese che gli fa il filo, ed ora ne deve smaltire gli eccessi. Le fatiche di Callaghan. E poi, passi per la persona importante, ma lui, il sor Duilio, non aveva mica bisogno del badante per andare da Paquita. Solo che ormai la missione era stata avviata, e si doveva arrivare fino in fondo, pensò Locchesini, perché sarebbe stato stupido, giunti a metà strada, dire a Callaghan che egli era troppo lento, e che quella sera si andava di fretta, e se quegli si sarebbe opposto al suo dire, o si fosse mostrato polemico, dargli il benservito, piantandolo in asso, non sarebbe stata la cosa più saggia da fare, e ancor più incongrua, sarebbe stata la mossa di costringerlo a fare il piè veloce.
In mancanza di meglio, dato che ormai erano lì, la corsa la rallentò Duilio Locchesini, messo sull’avviso da tutti quei discorsi che egli stesso stava ipotizzando. Un eccesso di piste da seguire, sul fronte dell’indagine, non è detto che fosse la miglior strategia da mettere in atto. La confusione non è mai buona consigliera, e dar del matto a Callaghan, ancor di meno; sarebbe stato un giudizio avventato. Mettiamo che non lo fosse e venisse espresso. Callaghan come avrebbe reagito? Non certo amichevolmente. Vaglielo a dire che Locchesini l’aveva giudicato… n’anticchia autistico? Quella sera. Appena l’aveva riguardato meglio. Quando Callaghan s’era alzato dalla sedia e aveva pagato la consumazione. Ora, Locchesini, aveva trovato in parte la formula che definiva Callaghan. Ma non volle ripetersela neppure mentalmente. Stava trasformando la pagliuzza in trave. Finiamola. Smetterla di foraggiare le infinite ipotesi. Moderazione. Gli eccessi non vanno bene, si disse Locchesini, inducono la gente a pensieri strambi. La roba che ha scritto Shakespeare, per esempio, io la abolirei dai libri e dai teatri globali. Li stampati infolii mettono i lettori in uno stato confusionale. Bisogna, ove necessario, mettere un freno alle intemperanze di Shakespeare. Più assennati i professori che abbiamo ora, pensò Locchesini, questi che ora vincono i Premi Letterari. Avoglia. Niente eccessi. No reliri che stravolgano i pensieri alle persone. Moderazione. Basta così, si disse Locchesini. Basta. Era meglio smetterla con tutte quelle inferrecchiature mentali. Erano arzigogolii che si addicevano più a un professor Cazzolari, che vada a sbaferare sciocchezze in tw, che a un innamorato che smanii dalla voglia di approcciarsi alla propria bella. E meno male che tutto questo ragionamento se lo fosse rigirato in testa, zitto zitto, arrotato a denti stretti, e non lo avesse propinato a Callaghan. Glielo avrebbe ritirato in testa. L’ispettore non era un tipo indicato a disquisire la dialettica. Avrebbe perfino potuto scambiare un discorso troppo tortuoso, pieno di tratteggi sofisticati, per una sorta di presa in giro, e scambiandolo per una presa in giro, avrebbe anche potuto irritarsi, credendo che non gli si portasse il dovuto rispetto. In serie B va bene, e la metafora sportiva pure, ma il principio di prudenza era un postulato tangibile e reale, preso molto sul serio da Duilio Locchesini. Che Callaghan fosse davvero autistico, perso nel mondo delle proprie idee, Locchesini non lo credeva. Ipotesi investigativa moderata. Basta, era fatta, seppure col passo del moviolone, al ralenty, ci si avvicinava sempre di più al Kane, e di conseguenza verso Paquita, e una volta lì, Callaghan sarebbe stato messo in bella mostra.
Superati i Segnali di Fumo, la camminata continuava a mantenersi lenta, coi piedi di piombo di Callaghan, e con la trattenuta irruenza di Locchesini. La lentezza non si poteva ignorare, né si potea defalcare dalla gamma delle ipotesi investigative, pensò Locchesini, anche se ormai era stato convenuto che tutto filasse liscio, e che si andasse d’accordo, fino al raggiungimento del Kane. Callaghan andava lento, non aveva fretta lui, tutto perso nei suoi pensieri. Nonostante la moderazione che si era ripromesso, e poi imposta, il senso del dovere di Locchesini continuava a macinare ipotesi. E non si poteva ignorare che Callaghan andasse lento. Più lento del solito. Un largo lento, che se ne andava per i fatti suoi, incurante dell’effetto che avrebbe avuto sul pubblico. Direttore d’Orchestra: ispettore “Dirty” Harry Callaghan. Inutile provare a fargli cambiare ritmo. L’andatura aveva tutti i crismi della musica classica. A Duilio Locchesini la musica classica non piaceva, dalla larghissima alla prestissima, e non aveva nessuna voglia di stare ad ascoltarla, e le note le divulgava nell’aere con la bacchetta sua, e non a rimorchio delle virtuosità balistiche di chicchessia, foss’anche l’ispettore Callaghan. Pazienza, si disse Locchesini, moderazione. Di buono c’era che Callaghan seguitava a mantenere la direzione di marcia. Verso il Kane. Andava Callaghan, a lenti passi, stando ben piantato sul podio del suo teatro. Vuoto di pubblico, di musici, di cantanti e di spettatori, unicamente presieduto dall’ispettore, che stava zitto e non parlava. Allora il Locchesini, rassegnato una volta per tutte a non litigare con Callaghan, e intesa la muta loquela che metteva in sordina i percossi della musica rockettara, strinse le redini alli bollenti spiriti, epurò la marcia Rolling Stones, si sbarulò in testa ‘na bacilata d’acqua fredda, per calmarsi i pensieri, e tutta quella intervenuta furia, (allegrissima con moti ondosi in aumento), rientrò nei ranghi ben più pacati dell’andante con brio. Traduzione: alla fine di tutti quei rimuginati pensieri, disaminanti e perspicui, perspicaci, densi di fluidi organici tendenzialmente in rialzo, gonfi di umori come sprocchi in primavera, pien d’uligini, saturi più dei tralci dell’uva matura, propensi all’avventura, a scovare la trifola, a far bollire la pentola, rampollati nella mente di un giovanotto in grado di compilare un rapporto, spazianti dal teatro alla tuttologia, capaci di mettere a freno le intemperanze di Shakespeare, moderati, smodati, ben bilanciati, oscillante la lancetta dalla zona delle Scanfurrias a quella indove adesso erano diretti, verso il Kane, laddove la Paquita teneva il suo show, alla fine di tutta quella messe di pensieri, pensati fin oltre alla metà di via Cavour, la scelta era stata quasi obbligata: Locchesini dovette rallentare la corsa. Non poté far altro che adattarsi al passo di Callaghan.
Da qualche tempo in qua, metaforicamente parlando, anche Duilio Locchesini era un po’ indurato, anche lui irretito dal fascino degli occhi femminili. La sua Medusa era stata la Paquita Morrison. Era preso di lei. Quella felinetta canterina gli sconvolgeva i sensi. Era stato talmente preso dalla passione per Paquita che egli si era perfino provato a scriverle dei versi. Provato e riprovato, a più riprese, e smesso di provarci, perché pur graffiando forte la carta, ed esaurendo la penna, non era riuscito a cavarne una poesia accettabile. Ci si era provato seriamente, scrivendo, cancellando, riscrivendo, aggiustando e parolando, ma proprio non gli era venuta la poesia bella che potesse metter di buon umore la Paquita. Egli aveva meticolosamente strappato i fogli in mille pezzi, quasi riducendoli a coriandoli di carnevale, e li aveva gettati nella pattumiera. Poi, quando ormai aveva smesso di pensarci, gli venne di scrivere quattro versi che s’impose di non consegnare a Paquita, perché forse non erano un gran che, e per non rendersi ridicolo facendo il poeta. Ma non gli parvero così scadenti da essere degni della pattumiera. Versi estetici venuti fuori dalla bolla estatica di una statica passione. Gli erano stati ispirati dal fatto che non fosse riuscito a scrivere la poesia che avrebbe voluto. Facevano così: A questa poesia manca un verso/a questo verso manca una parola/a questa parola manca un senso/a questo senso manca un amore… il tuo, Paquita! Guarda un po’ che strafalcioni riesce a dittare la penna alla carta, era stata la chiosa conclusiva di Duilio Locchesini, e, piegato il foglio in quattro, lo aveva posato sotto un vaso coi fiori di plastica.
Quando finalmente Duilio Locchesini e l’ispettore Callaghan giunsero sul Kane, la band aveva cominciato a eseguire il pezzo Guarda che Luna che davvero, suonato e cantato, non risultò la semplice cover del pezzo originale di Fred Buscaglione, ma ebbe una sua valenza, impreziosita dalle qualità tecnico-sensoriali di Paquita Morrison e del trombettista Rafael Droher.
Oltre che da loro due, la band era composta dal tastierista, dal chitarrista, dal batterista anziano che a forza di bacchettare i piatti s’era rotto i denti davanti (era un po’ sgangalato), da un contrabbassista piuttosto folclorico, con la coppola in testa, la camicia bianca, e gli occhiali dalle spessurate lenti.
Il contrabbassista pizzicava l’unica corda di uno strumento artigianale. La corda era ancorata tra la estremità alta del manico e il ponte basso della cassa armonica. Muovendo il manico, disegnato a contrabbasso, e collegato alla cassa, il musico tirava di più e di meno la corda, così che acutizzando e abbassando la tonalità del suono, dipende dalla gradazione con cui il manico veniva inclinato, otteneva carini effetti estetici.
In sostanza il moto del manico, cambiata la tonalità della nota, la mandava dentro la cassa armonica, a forma di cubo, che fungeva da base alla tastiera, e che ne amplificava i suoni.
Fattosi largo tra la folta gleba che faceva da semi-corona alla band, e a Paquita Morrison, i due si tarpiarono dalla parte di via Gargallo. Non troppo dietro, però. Di modo che in prima fila potessero ben esquisire i transiti vocal-notistici garbulati dalla band, e dalla finezza delle loro percussioni, presili a volo, appresero i suonirici raggi lunari cantati da Paquita Morrison, i quali, catturati e inseriti nel discrimine intellettuale della persona attrezzata all’arte, procuravano infinite gamme di artiliate dolcezze, acclarato che si fosse capaci di coglierne i significati profondi.
Abbandonato lo sdruccioloso declivio versicolare, e ancoratosi sull’attrattivo crinale delle cose pratiche, Duilio Locchesini aveva ripreso a macinare la farina del suo sacco, lasciando da parte le velleità da poeta, e concentrandosi bene sul proprio lavoro. Ritoccò con mano i sommovimenti dei bassifondi. E lo fece con tale alacrità che diventò un po’ miope. Non si era fermato lì. Siccome era un tipo abbastanza razionale, nelle giornate in cui non dormiva, e durante le notti in cui non mangiava, si era studiato la prossima mossa che avrebbe messo in atto con la miss Paquita Morrison. Egli le si sarebbe accuadato in una pausa dei concerti, o quando lei portava a spasso il cane, o l’avrebbe seguita quando si recava dalla parrucchiera, e prima che entrasse nel negozio, o subito dopo all’uscita, facendo finta d’incontrarla per caso, a convenevoli espletati, quindi le avrebbe detto: “Paquita, che ne diresti se noi due avessimo una storia? Io ti amo. Io ti amo da sempre. Mi ami, o potresti amarmi tu?” Era incerto se dirle anche: “Quando ti vedo ho sempre una reazione itifallica.”, che era un bel complimento. Forse un po’ troppo osatico? Allora le avrebbe detto che per lui era sempre festa quando c’era lei. Insomma le avrebbe detto le cose belle che l’innamorato dice alla sua bella. Da ciò si evinca che lo stato d’animo di Locchesini era repleto di belle vibrazioni. In quella stessa accuria qual possa imbattersi l’amante che si affaccia alla finestra, su un balcone del lungomare Alfeo; vede il mare, guarda la luna, non ode suono, e sospira:
Quanto na bella voce
vurria sentì cantà!
Ma qui, anche se era in via Cavour, e non sul lungomare Alfeo, Duilio Locchesini la udia, e non solo la suspiria, la bella voce, e, da buon segugio, n’indagava le fattezze e ne fiutava i feromoni, alla pulcra fisiognocca qualificantesi nelle vesti di Paquita Morrison.
Improvvisamente, di schianto quasi, senza che nemmeno lui o l’ispettore Callaghan avessero avuto avvisaglia di quello che stava per succedere (e cioè che la luna stesse per tramontare in mezzo al mare), apparvero sulla scena quattro operatori ecologici specializzati in inquinamento acustico, e insieme ad essi, il vecchio Don Porfirio, l’ablumante che abitava lì in via Cavour, e precisamente su un dei piani superiori insiti nel caseggiato al cui pianterreno si ergeva il Kane.
C’erano stati in precedenza dei regressi polemici tra Don Porfirio e i gestori del Kane, e una notte, perfino, affacciatosi quatto quatto dal balcone, e presa la mira, il vecchio aveva scaraventato una capiente bagnalorata d’acqua sulla testa degli spettatori. In qualche modo sembrava che poi si fosse persuaso a essere tollerante. Ora era venuto con gli agenti ecologici. Aveva inoltrato un esposto prioritario all’Ente Anti Inquinamento Acustico, e ora, assodato come dato di fatto che l’ora era tarda e il rumore abusivo, non autorizzato burocraticamente dalli Enti Preposti Alla Sonorità Certificata, ora, rapidi ed efficienti, i Pulitori Acustici fermarono il concerto, fecero uscire dall’interno del Kane gestori e clienti, spensero le luci, e misero i sigilli alla porta.
“Accussì si fa, accussì si fa,” sbraitava Don Porfirio. “’A ta finutu i fari scrusciu.”
Don Porfirio non ci stava più tanto con la testa, e ne aveva dato ampia attestazione quella volta del rovescio della bagnarola, quando alle profferte dei gestori del Kane che volevano accomodare la questione, prospettandogli un lettore DVD in dono, controbatté che lui aveva lavorato in banca, e che per via degli ordini ricevuti dai superiori, (le famose regole d’ingaggio), le aveva effettuate lì le transazioni creative, e percui or che era in pensione, quindi, sgravato dai vincoli trans-monistici, domiciliato in una terra nuova ove itinerar putiasi in piena autonomia, libero di respirar aria pura in riva al mare, nun li si duvia, or, negar l’improntitudine ca ci tinìa esorbitatamente a che tutto filasse entro i canoni legiferi, intatto, pulito, e al riparo del codice penale e civile. In ogni caso quei rumori li davano fastidio, non lo facevano dormire di notte, e già la presenza, fosse pure muta, cosa che non era, di tutta quella folla sguaiata lo faceva andar su di giri. La prova del nove, afferente quanto tutto ciò che asseriva fosse vero, consisteva nel fatto che lui diventava così nervoso, a sentirli sgranfiare le loro balutaggini sonore, che, alla stregua dell’allucinato, finiva col vedersi ballare dinanzi agli occhi una miriade di atomi scintillanti.
Bastava un discorso così strampalato per farsi un’idea del Don Porfirio. Litigioso, attaccabrighe, e sempre pronto a trovare il pelo nell’uovo. Era come un mare agitato, che sbatta sugli scogli, schiumi, infuri, e brontoli improperi alla minima contrarietà. I fautori delle chermesse musicali si riprovarono a rabbonirlo.
Gli dissero, tornati alla carica – e defalcati i muneri elettronici – che si fosse lui diportato meno intransigente poteva scapparci a suo favore qualche cassetta di birra. No, quando mai. Non si faceva lui mica corrompere da qualche mancetta. Avevano anche tentato la carta del richiamo della foresta, e avevano fatto capire a Don Porfirio che se lui chiudeva un occhio, e pure un orecchio, alla musica live, loro erano disposti a favorirlo nel campo degli incontri sentimentali. Gli avrebbero fatto conoscere qualche bella picciotta che si fosse offerta volontaria a riscaldargli le lenzuola nelle serate fredde e a gelidarle in quelle calde. Una volta al mese. Una volontaria una volta al mese. I gestori sferruzzarono l’uncinetto sul punto della femmina volontaria, per non dargli l’impressione, dicendoli che liela pagavano loro, a Don Porfirio, che elli si sentisse avvoltolato entro i ghiommeri della illegalità. Sbraitò ancora più forte, e più forte disse, che alla sua età certi ghiribizzi non gli facevano né caldo né freddo, che poteva pure dormire sul pavimento, altro che lenzuoli, e che tutto quello che voleva era di starsene in pace, precondizione impreteribile e indispensabile, affinché egli potesse gustarsi l’aria serena, dunque si dessero una regolata.
Per un po’ di serate, allora, i music lives erano ripresi dentro il Kane, e con le porte chiuse. Ma poi era estate, faceva caldo, ai clienti piacevano le session tenute in via Cavour, e coi loro strumenti, i musici si erano riadattati a struliare le perfomance dinanzi al Kane. Rispettavano il permesso verbale che li costringeva a non superare le due di notte coi loro gorgheggi. “Qua noi siamo autorizzati,” aveva detto Paquita Morrison, “ma non dobbiamo sgarare.”
Verba volant e scripta manent, però, e l’industrioso Don Porfirio, inoculato l’esposto prioritario all’Ente Anti Inquinamento Acustico, e sgrovigliato la gueffa dal verso giusto, o dalla parte conveniente, ora era lì che dettava legge.
I gestori del Kane cercavano d’impedirne la chiusura, a far togliere i sigilli dalla porta, a far presente ai Depuratori Acustici che d’allora in poi, prima ancora che passasse la mezzanotte, avrebbero sospeso li spettacoli, e che nemmeno fuori si sarebbero esibiti, ma all’interno del pub, che aveva la porta a vetro doppio, capace d’attenuare i suoni. “Non possono, non possono, non possono mancare al dovere.” sbraitava Don Porfirio, e sguirciava l’occhio in direzione dell’ispettore Callaghan, che era stato riconosciuto, a rigor meduseo, atteggiato sotto l’usbergo dell’esemplare alfa, e tutti si aspettavano che dicesse qualcosa in grado di dirimere la controversia. “Ispettore lei che ne pensa?” si permisero d’interrogarlo i gestori del Kane. “Non crede che sia troppo drastica la chiusura del pub-music-live?”
Inteso il quesito, che non ottenne risposta, né, di primo acchito, propalebbesi l’impressione che fosse stato decriptato, l’ispettore Callaghan si guardò attorno come se prendesse la misura alle distanze, alla folla lì riunita e vociante, alle case stupefatte, al contrabbasso a una corda, ai suonatori suonati e tacitati, (a colpi di carta bollata), a Paquita Morrison, alla notte di via Cavour, e tutto finì lì, quasi si fosse sul set, e sul ronzio del filmato girato dalla cinepresa, cominciassero a stilarsi i titoli di coda.
“’A ta vistu,” gridò trionfante Don Porfirio. “Macari l’ispettore Callaghan vuoli ca ’u chiuremu ô Kane. Viva l’ispettore Callaghan!”
Ammazza, in sottofondo murmurava la folla, facendosi avolterare dalla urlata dialettica, e dando ragione a Don Porfirio: l’ispettore Callaghan non vuole che si tenga aperto il Kane. E che alterità, che sguardo duro, che grinta, che uomo, pare di pietra!
Duilio Locchesini da parte sua, nonostante tutto quel bailamme, si edulcorava ancora sotto l’effetto delle parole di Guarda che Luna e dei virtuosismi musicali della band, ma altresì rimase sconvolto dal fatto di rilevare quanto fosse ineccepibile la Legge, e persa la sicumera di agente segreto, il self control su cui era stato addestrato, la mente aliena ai colpi di testa, quanto propensa a ragionar freddamente sui problemi che potessero capitargli, egli si concentrò unicamente sui presenti addebiti, accusandosi di aver contribuito parzialmente, portando lì Callaghan, a far chiudere il Kane, e di aver così danneggiato Paquita Morrison. La pena di aver gualcito lo spartito alla cantante fu così forte che Duilio Locchesini prese a darsi delle manate in testa. Vedendolo reagire in questo modo, (e sapendo che lui le faceva la corte), Paquita Morrison pensò che fosse un poco esaurito, e si disse: “Ho fatto bene che non liela voglio dare.”
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