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Parte II

L’ispettore Callaghan, alla vista della testa di Medusa mostrata in piazza Duomo, non emise nessun tipo di reazione, e si stette zitto e muto. Pareva più marmoreo che pria. Gli si arricciò soltanto il labbro superiore mancino, e vieppiù gli diede quell’aria somigliantissima a Clint Eastwood, ché gli mancava soltanto il sigaro, e altro che ispettore, avrebbe potuto pure fare la parte del pistolero nel film “Per qualche dollaro in più”. I due lo osservarono perplessi. Se ne accorsero subito che era mutato il vento. Essendo un poeta, e un giornalista di vena satirica, li sapevano cogliere i segni dei tempi, e lo capirono subito che era successo qualcosa all’ispettore Callaghan, anche se esteriormente tutto appariva degno della sua fama. “Ispettore Callaghan,” disse M., e li agitò la mano dinanzi alli occhi, al che quegli ne seguì il movimento, la vide, del tutto impietrato non era. Ma nemmeno paria, a ben ponderare la mutata atmosfera, nel pieno possesso delle sue facoltà psico-attitudinali. Riposizionò li occhi nelli occhi di Medusa.
“Richiudi la cerniera del borsone.” disse M.
Si erano cacciati nei guai con l’ispettore Callaghan. La testa mozzata di Medusa aveva ottenuto un effetto, inaspettatamente, e aveva reso di pietra Callaghan: non del tutto, non completamente, ma abbastanza perché si mostrasse più monolitico che mai. Non era stata questa, avvicinando Callaghan, l’intenzione del poeta e del giornalista.
“E ora che facciamo?” disse C.
“Niente,” disse M., “ora ce ne andiamo.”
“Se le autorità capiscono quello che è successo, ci fanno minimo un verbale.”
“Niente. Facciamo finta di niente. Andiamo via.”
“L’ispettore Callaghan è un patrimonio dell’umanità. Solo con Hollywood guadagna un sacco di soldi. Se scoprono che Medusa l’ha istupidito, ci rimette anche Clint Eastwood.”
“Chi vuoi che glielo dica. Noi niente sappiamo.” disse M., “Livamici di ccà.”
“E pinsari che ci dovevamo scrivere un racconto cu stu fattu.”
“Lassa stari ‘u raccontu.”
“Lo possiamo fare in ogni caso,” disse C. “La prima parte. Scriviamo la prima parte. Fino a quando apriamo il borsone, e mostriamo la testa di Medusa a Callaghan; scriviamo la prima parte e la mettiamo no ‘U Scogghiu de’ Canilari. Seconda parte addio.”
“Può agghiri. Un racconto incompleto. O meglio: completo nella prima parte.”
“È anche divertente lasciarlo in sospeso. Aspettano ‘na conclusione che non arriva.”
“Prima parte. Lasciata lì in sospeso.”
“Accussì l’ispettore Callaghan ci fa bella figura.”
“Glielo dobbiamo dire a M. quello che è successo?”
“Tu ce lo vuoi dire?”
“Meglio di no. Accapaci nni fa qualchi vignetta satirica.”
“Che ne diresti di andare al Bacco?”
“E vada per il Bacco.”
“Andiamo a farci un ricco caffè!”
Filati via il poeta e il giornalista, l’ispettore Callaghan rimase seduto lì, in mezzo alla folla, in un bar di piazza Duomo, e non dava l’impressione di essere in balia dei venti, o, per meglio dire, della calma piatta subentrata alla vista di Medusa, e tutti lo rispettavano, e già la sua presenza forniva un che di rassicurante a Sarausa. Compatto, risoluto, taciturno, mezzo impietrito, pareva il monumento di sé stesso.
C’era però anche quella voglia di far niente, che improvvisamente lo aveva assalito, e che sembrava metterlo un po’ in difficoltà, e qui, in qualche modo, egli reagì. Non si perse d’animo. Guardò fisso davanti a sé. Rivide il bicchierino sul tavolo. Si accese un sigaro. Risorseggiò il doppio whisky di malto. Diede uno sguardo, stando fermo, muovendo appena gli occhi, a chi andava e a chi veniva. Il controllo del territorio era importante. Nemmeno Medusa sarebbe riuscita a far deflettere Callaghan dai suoi doveri.
Egli ci teneva a far bene il suo lavoro. Il suo era un lavoro di responsabilità. Ma lui non era succube del lavoro. Mettiamo che allo scopo di condurre un’indagine gli venisse proposto di far la parte del Reject in the City. Lui avrebbe rifiutato. Libero arbitrio. Non l’avrebbe recitato un ruolo che non fosse quantomeno caratterizzato da un minimo d’intelligenza e di dignità. Per tutta la vita egli aveva incontrato gente più intelligente di sé, o che si credeva tale, e tante volte era stato costretto a farli ricredere a suon di sganassoni. E anche per verba era capace di metterli in riga. Pur essendo un tipo taciturno, o forse proprio per questo, le parole che egli diceva avevano un impatto più preponderante di quelle pronunciate da li chiacchieroni a tempo pieno. Un’indagine improntata sul cliché del borderline, o dell’hard-boiled decaduto, non sarebbe stata né utile né favorevole, per l’ispettore Callaghan, che, sotto le apparecchiate luci di scena e alle preordinate direttive, avrebbe dovuto recitar la parte del borgognone andante alla deriva nell’asciutto mare di piazza Duomo. Lui, invece, preferiva la parte del mastino scorrazzante nella giungla urbana, dove a chi le dava e a chi le prometteva (le legnate), e anche adesso che qualche bricia di polve gli cascava dalla piega inamidata della camicia, e che la linea impietrita cominciava a meglio dinotarsi, ancor ora, nonostante l’affiorar di siffatti labilissimi indizi, non sfuggiva alla percezione de li baldi cittadini quant’egli fosse idoneo ad ammollar mazzate.
Nella notte d’agosto siciliana, ingombri i tavoli, indaffarati i camerieri, incrementata la folla, (località: tra via Minerva e piazza Duomo), Dirty Harry appariva solido, pietroso, litoide, un po’ troppo rigido, forse, incrodato simile a statua, ma più ieratico che mai, e ben piantumato sul piedistallo della propria personalità.
Insomma, conta ciò che appare, e l’apparenza giocava a favore di Callaghan: dato che egli già era massiccio, roccioso di suo, era abbastanza plausibile che tra l’atteggio antemeduseo, e quello immediatamente successivo, non venisse notata la differenza. Si stagliasse pur tranquillo contro il cielo di Ortigia. Nessuno avrebbe mai pensato che nella fibra della sua corazza potesse esserci qualche smagliatura.
O poteva succedere che qualcuno lo pensasse? Che lo si ritenesse tanto debole da poter essere offeso? Bella grana, allora. Avrebbe corso il rischio che i sarausani lo dileggiassero. O che i bulli lo aggredissero, filmando il tutto coi telefonini, e che poi riversassero la loro bullità sui social. O che i piccioni venissero a fare i loro bisogni su di lui. O che l’ottima gualdrappa che i critici avessero ricamato sul dorso del suo stile attoriale-investigativo venisse allisciata contropelo dai colpi di stregghia di qualche stroncatura piuttosto colorita. Bel premio alla carriera. Essere sbeffeggiato dai critici. Ce n’è di che. Ma non era detto che andasse così. Non era così automatico che lo pensassero. Lui era Callaghan. Nessuno si sarebbe arrisicato a pensare che fosse facile insolentirlo. O che fosse stato intontito dallo sguardo di Medusa. O sì? O potevano pensarlo? Ma no, no, non lo avrebbero pensato. Nossignore, no, non lo avrebbero pensato. La Mitologia era passata di moda. Non lo avrebbero pensato.
Non lo pensò il suo collega Duilio Locchesini, più giovane di lui e più scapestrato, veniente dal quartiere delle Scanfurrias di Ortigia, e diretto verso il Kane, quasi in fondo a via Cavour. Addestrato a vedere tutto, ad avere tutto sotto controllo, a contare i passi dei moscerini e li starnuti dei giganti, Duilio Locchesini, senza far notare che se ne fosse accorto, alluzzò subito l’ispettore Callaghan, seduto nel bar di piazza Duomo. Ebbe un momento di travaglio intimo, Locchesini, chiedendosi se fosse il caso di far finta di niente, e di andare avanti per la sua strada, o di avvicinarsi a Callaghan. Tra il sì e il no optò per il sì. Stava provando di farsi accettare a letto da Paquita Morrison, che, nelle vesti di cantante, quella sera si esibiva al Kane, e pensò che sarebbe venuto a suo vantaggio se la putela lo inquadrava insieme al famoso ispettore Callaghan. Tal connubio, magari, le avrebbe ispirato qualche pensiero estimativo, tipo: – Tu sì che conosci le persone importanti!– In men che non si dica, Duilio Locchesini si appalesò a Callaghan, ancora seduto al tavolo di uno dei bar di piazza Duomo.
“Ispettore carissimo,” esordì Duilio Locchesini, “quale soddisfazione di rivederla qui a Sarausa. Del resto la città merita. La sola Ortigia è un capolavoro. Sta qui tutto solo? Che ne direbbe di far un salto al Kane, un pub di via Cavour, dove ci si propone un gruppo di artisti estollenti live music?”
L’invito penetrò nella blindata pietramica dell’ispettore Callaghan, che dismise il labbro arricciato, spense il sigaro, si alzò dalla sedia, e con la parola muta, addicentosi pienamente alla sua fama di duro, si mise di fronte a Duilio Locchesini. Lo sovrastò, anche. Fisicamente Callaghan era più alto ed impostato.
“Non è distante,” disse Locchesini, “In fondo a via Cavour.”
“Uhm,” lo ardulò Callaghan.
“Una bella passeggiata,” la condensò in una frase frasale triparolica, Duilio Locchesini. Dicendo “bella passeggiata”, non aveva inteso dire “luogo distante”, ma una bella passeggiata nella serata di festa, aveva inteso dire, una passeggiata che partita da piazza Duomo giungeva fino al Kane, in fondo a via Cavour.
Callaghan non fu meno laconico: “Proprio così.” disse. Ed era giusto quello che voleva dire. Lui era un tipo grezzo, non raffinato, e diceva pane al pane, e vino al vino, cioè parlava come mangiava.
“Quando dice lei.” proseguì, rispettosamente, Duilio Locchesini.
“Un momento.” disse Callaghan.
Non dimenticando di essere corretto e rispettoso della legge, Callaghan fece un cenno al cameriere, che gli portò lo scontrino, e accettò la mancia che l’ispettore si pregiò di lasciargli. Il cameriere, consegnato lo scontrino, e incassati i soldi,  prese dal tavolo il piattino col bicchiere vuoto, lo posò sul vassoio, e si diresse verso il bar. Callaghan, alto e glittico, lo seguì con lo sguardo. Poi, lentamente, guardò negli occhi Locchesini, che allungò il braccio e con la mano aperta, e un lievissimo abbassamento di capa, fece un gesto che volle significare: “Prego, ispettore, dopo di lei!” Aveva stampato sulle labbra un sorrisetto che non si capì se voleva essere furbo, compiacente o investigativo. In coda a queste cerimonie, Locchesini disse piano: “Andiamo?”
“Andiamo,” disse Callaghan.
“Grazie tante,” disse Locchesini, sentendosi un po’ stupido, e un po’ sprudente, perché lo aveva squadrato in modo un po’ troppo poliziesco, a Callaghan, quasi come se volesse studiarlo, e questo non andava bene. Sempre meglio che l’investigatore non lo dimostri che stia investigando, e che l’investigato non se ne accorga che venga investigato, perché nel campo dell’indagine la riserbatezza è tutto. Qui non c’era nessuna investigazione in corso. Tanto più nei confronti dell’ispettore Callaghan. Ma Duilio Locchesini gli strumenti del mestiere li teneva sempre pronti all’uso, h. 24. In quanto a quel “grazie tante” era stato un di più, servito a camuffare la taliata poliziesca, e però, l’abbassamento di capa e il di più, lo misero a disagio, perché Locchesini non era abituato a riverire la gente.
Poi gli si mise accanto, quando già Callaghan aveva fatto qualche passo in avanti, e s’incamminarono verso il Kane.
Fatti alcuni metri, Callaghan operò ancora uno sforzo, per darsi un tono, e per non darla vinta a quella medusica abulia scaturita fuori dalla formalina, e: “Kane, eh?” disse a bassa voce, come se evidenziasse chi sa quale importante inciso, tanto più efficace quanto meno venisse amplificato, e generoso in aggiunta, inquantoché, sottolineandolo, esternandolo, ora lo aveva reso concepibile dalle propensioni percettorie di Duilio Locchesini. Ma, Harry Callaghan, non era un intellettuale radical scick, né un fine dicitore, e la tonalità misteriosa addossata alla parola Kane, poteva bastare per quella sera, ed era chiusa lì, la classica eccezione che confermi la regola.
Era stata solo un effetto sonoro. Kane musicale versus effetto sonoro. Eppure poteva darsi che non fosse contingentata tutta lì la parola Kane. C’era forse pure la possibilità che Callaghan collegasse quel nome, il Kane, a qualcosa di hollywoodiano, a qualche reminiscenza filmica.
“Sì, Kane.” disse Locchesini.
Continuò a camminare di fianco a Callaghan. Voglio essere sincero con lui, pensò Duilio Locchesini. Glielo voleva dire come stavano le cose. Anche perché era contento se poteva parlare di Paquita Morrison.
“C’è una ragazza che mi piace,” disse Locchesini.
“Buon per te,”
“Delle ragazze che mi piacciono, questa qui mi piace di più.”
“Le ragazze, eh?”
“È la cantante del gruppo.”
“Favoloso,” disse Callaghan.
Questo già lo sa, pensò Locchesini. Non per niente è un investigatore di prim’ordine. Lo sa che filo il filo a Paquita. L’ispettore sa tutto.
S’era levato un refolo di vento, che dava un po’ di refrigerio alla calda serata di piazza Duomo, a Ortigia, alle parole di Duilio Locchesini, a Callaghan, alla folla che lì si stava godendo la festa. Esso riuscì (il vento) a rinfrescare lo stato apnoico di Callaghan, a farlo respirare meglio, a ossigenargli il cervello. Gli fece bene. Cominciava a sentirsi meglio. Non volendo far capire quanto fosse stato un po’ impietrito, e ancora in parte lo era, Callaghan ebbe la geniale idea di far lo spiritoso, sforzandosi di apparire più comunicativo del solito.
“Sono tempi di crisi,” disse. “Quindi maturi per prendere moglie.”
Ma proprio questo repentino passaggio da uno stato di laconica propensione, a uno di (quasi) ostentata loquacità, diede da pensare a Duilio Locchesini.
Per un attimo, solo per un attimo, egli ebbe l’impressione che Callaghan non fosse del tutto in sé, come se avesse bevuto un bicchierino di troppo, o come se avesse avuto un colpo di sonno, e subito ritornato cosciente, facesse uno sforzo e si concentrasse, perché aveva dimenticato il pensiero rimuginato poco prima che s’appennicasse, e non riusciva a ritrovarlo. Che cosa aveva pensato? Doveva essere certamente un pensiero importante. Era lì che cercava di ricuperarlo e non ci riusciva. Ma durò, giustappunto, solo un attimo l’impressione di Locchesini. Gli bastò guardare il profilo di Callaghan, per avere la conferma che l’ispettore fosse il mitico di sempre, e per scordare, a sua volta, non il pensiero che non aveva pensato, ma l’impressione che non era divenuta pensiero, e che non si era smarrita tra i meandri del dormiveglia, o del sonno. A spazzar via i grilli dell’impressione dalla testa di Locchesini, contribuì un venticello che da Porto Lachio soffiava verso Ortigia.
Dall’altra parte Callaghan, che non era un tipaccio impressionabile, continuava ad avere lo stile del monolite che tante ne dava (legnate) e altrettante ne prometteva. Non lo si poteva giudicare né assonnato né inciucchito. Quelle erano state fantasie di Locchesini, e dipendevano dal fatto che il Locchesini possedeva delle ottime qualità intercettive, e che era in grado di catturare labili sensazioni, a livello intuitivo, e di metterci le manette, alla stregua di come, a livello olfattivo, u