by © poetrypark

Siamo appoggiati ad una smilza pianta
e si guarda la gente che passeggia,
con l’occhio vispo, a mente intorbidata,
sopra la piazza. Qualche cosa noto:
a mano a mano che al cronista avanza
l’età, e trova la neve sui capelli,
mentre che passa ormai le sere al pub,
dove a latere vede gli altri vivere,
di qua sempre più giovane è la fauna
che il lastricato pavimento bazzica.
Una filza, una schiera di moccioni,
l’affolta vorticosa e per isvago,
onde a sera digruma: brusio, liti,
rachitici amorazzi, eslege intrugli,
cucinati in fumose pentolacce.
Ora miro, lettore, pantomime
bislacche, acute bande, umili blatte,
megalomani bulli, stinte bluse,
linguame bleso, principi e giullari.
A poco a poco, l’arruffio s’ingolfa,
s’empie le ripe; provo a far domande:
– Popolana, a suo figlio che c’insegna?

– Io, dice a me? Gl’insegno a gridar forte
dentro l’orecchie sorde di chi vuol
udire solo voci più borghesi.
Gl’insegno a farsi strada nella vita:
onesto sempre in ogni sua mansione,
a volte sia – se può – di pochi scrupoli.
Mio figlio qui combatta
l’energica battaglia, ben armato.
Gl’insegno, poi, a studiare: sappia leggere,
scrivere e far di conto. E, importante,
riesca a riversare quel che impara,
a modo e tempo debito, in città.
Altro importante assimilo: non vada
il suo pensiero giù verso il profondo,
a scavare le mura della vecchia
città di Troia, a far scoperte alate,
molto aborrisca verità moleste,
da nessuno agognate. Non mentisca
mai, sol zittisca il vero che non piace.
Eviti, affermo, salse penserose,
cavillati sofismi, il puro verso,
(oramai fuori moda), spurie gioie:
reprima, ascondi, taccia le sue idee.
Non sia certo un ottuso: se non tollera
tal fatica, l’insigne sfami sogno,
apprenda l’arte di chiarir l’intrico,
ma sua loquela mai non manifesti.
Gl’insegno, volentieri, l’aspra lotta,
ch’emerga il capo dalla fitta turba,
tanto insista, sospiri e dia di sprone,
ch’acciuffi un posto al sole. Pianamente
accordi, a cose pratiche del cuore,
fluente azione più speculativa,
e, suddito del tempo ora presente,
intristito e confuso, quando il mondo
urla, grida, s’infuria, freme, assorda,
mio figlio ci s’impari a districarsi,
oppure si defili dalla calca
e segga presso la finestra,
lontano da languori bradi: e pensi.
E poi si muova; badi a frequentare
l’alta università. E poi fidanzi,
vada a letto felice, incoercito,
tendi sempre a borghese l’elevata.

O, libellula vispa, come il tempo
cambia e l’età procede, a grandi passi:
costei che fino a l’epoca recente –
una generazione – scarafaggi
mangiava e cavoli, ora ben pasciuta,
nutrita con bistecche e pasta dura,
asserisce parole di villana,
proterva repulsione per sua casta,
snellisce l’avanzata verso l’alto,
verso la borghesia: dama ambiziosa.
Ma rilasciamo la bellezza ambrata
aspersa in loco e sempre qua d’intorno
annidata, che parla di monili
con le amiche, scoviamo nobildonna.
Si passa avanti, ancora ad una madre:
– Dama, suo figlio come l’ammaestra?

– My son, my valoroso son? Si goda
munifici regali d’una vita
più dolce e altolocata; miri in basso,
dal bardato balcone,
la via piena di foglie e l’invidiosa
turba smaniante di salir le scale,
serri i portoni d’oro, sia felice.
Traverso luminose strade insegno
leggiadre pratiche, sfermato sesso:
accetti languide profferte, amore,
baci, carezze, oppili belle donne.
Mio caro giornalista, raccapricci
forse, dinanzi a questo mio discorso?
Spero tu sia abbastanza, sai, maturo:
il sesso – darwiniana evoluzione –
fa parte della vita e tu lo sai
che se scandalo suscita a bigotti
a figli ci s’apprenda con scioltezza.
Dopo che illuse mille svelte dame,
senza mai farsi mettere laccioli,
senza che amore a donne ci prometta,
ma sol ricevi, offerte disarmate,
cerchi l’amor verace (c’è in giro),
trovi stimabile fanciulla: e sposi.
My son, sia stupido confuso sempre
alla caterva stupida: nitrisca,
gridi quand’altri grida, ragli, sgrulli,
biasimi, tergiversi, sgrugni il muso
a pensieri soavi, a tarde brame,
sia l’uomo della folla. Sempre grondi
e secerni, la sua faconda capa,
o calva o di capelli irsuti cinta,
sempre spacci l’apostrofe e il linguaggio,
s’ingegni quindi a inocular lo nullo
ch’a nullo è noto e impari la menzogna.
Mostri più veritiere false-squame,
far le cose per bene, far le fusa,
far li rattoppi ai panni,
a meglio farli – e a meglio trarne lustro –
inganni prima la sua stessa schiatta,
cosa abbastanza facile,
perfino per i più onesti, dato
che su sé stessi si regge l’onestà.
Però, my son, si tenga fuor d’esagerato,
anche qui, ché non termini su rupe,
a forza di menzogne, e giù precipiti,
sia equilibrato. Parlo, eh giornalista?
E, tornando alla turba, qui my son
turi l’orecchie con l’usata cera
d’Ulisse (ne so cose, giornalista,
conosco pure Tamerlano, Ofelia),
non ascolti le grida della turba,
stia col radar puntato: colga ogni
vibrazione ch’emerga dal suo ceto.
Non sia, my son, un mercenario, un griso,
un bruto senz’alcuna nota celtica,
o sensibilità, ma stia a difesa,
my son, della statura sua morale.

O, finalmente liberati siamo
d’intorcinate provinciali mire,
da stime, disistime, pagliacciate:
espresse – si direbbe – a viso aperto,
ma che debbo trascrivere, stasera.
Per adesso, esplicata l’intervista,
ritengo aver soldame sufficiente
a comperare una birretta al pub
Golden Horse. Stanotte il pezzo scrivo,
integrale, parola per parola,
eccellente memoria, arguzia, classe.
Non per niente sostenni
l’ammissione a cronista. Già domani
l’articolo galoppa, lesto e snello,
al direttore del giornale. O fronte
marmorea, illimitato Zeus, che guata
asprigno l’arsenale de’ politici;
ma pur con tutta l’alta sicumera,
mai il direttore superò Balzac.

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